mercoledì 17 aprile 2019 - ore 21

120 BATTITI AL MINUTO

(120 battements par minute) Regia e montaggio: Robin Campillo - Sceneggiatura: R. Campillo, Philippe Mangeot - Fotografia: Jeanne Lapoirie - Musica: Arnaud Rebotini - Interpreti: Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud, Ariel Borenstein, Aloïse Sauvage, Simon Bourgade, Médhi Touré, Simon Guélat, Coralie Russier - Francia 2017, 135', Teodora.

Francia. All'inizio degli anni Novanta i militanti di Act Up-Paris moltiplicano le azioni contro l'indifferenza generale che circonda l'epidemia di AIDS. Diventare sieropositivi in quegli anni equivaleva a una condanna a morte, a breve o lunga scadenza. Gay, lesbiche, madri di famiglie si adoperano con dibattiti e azioni spettacolari, per informare, prevenire, risvegliare le coscienze, richiamare la società alle proprie responsabilità. In seno all'associazione, creata sul modello di quella americana, si sviluppa la storia d'amore tra Nathan e Sean?

Con questa terza opera, il co-sceneggiatore e montatore di quasi tutti film di Laurent Cantet, passa ad un livello di padronanza nel quale la sua immensa empatia per l'umano trova una perfetta armonia con una volontà politica di lotta contro l'indifferenza, in un appassionante e spesso toccante vortice, portato sullo schermo con fluidità, rigore ed inventiva. (?) "Non abbiamo tempo, stiamo morendo". Siamo nel 1992, l'AIDS sta devastando la Francia (a quel tempo il paese più colpito in Europa) e i sieropositivi tentano di convivere con gli effetti collaterali dell'AZT (il primo trattamento contro l'HIV). Fondata tre anni prima, la sezione parigina di Act-Up dà vita ad una serie di azioni shock, per rendere visibile la questione e far avanzare più velocemente la ricerca e la prevenzione. Sacche di sangue tirate sugli impauriti rappresentanti delle istituzioni, irruzioni in laboratori per fare pressione sulle case farmaceutiche e i loro interessi economici, intrusioni nelle scuole per trasmettere in modo diretto il messaggio sulla protezione sessuale, e il coinvolgimento dei media, per denunciare la menzogna mortale che assimila l'epidemia ai soli omosessuali, tossicodipendenti, prostitute e carcerati. (?) Robin Campillo descrive con intelligenza la vita quotidiana di questa specie di campo di battaglia, nel quale le strategie, e persino le divergenze d'opinione, si discutono in assemblee (con i più radicali in netta opposizione contro i lobbisti e i negoziatori), dove le azioni sono condotte con un'intensità e un'efficacia estremamente professionale, e la solidarietà, l'umorismo e la voglia di far festa sono forse ancor più presenti mano a mano che disperazione e morte si avvicinano. (Fabien Lemercier, cineuropa.org)

È attraverso il rapporto con la malattia (come metafora) che emergono il conflitto, l'omofobia, i pregiudizi sociali mai sopiti e molto accesi anche oggi. Fuori la battaglia, il Gay Pride, la guerriglia contro la multinazionale di stato, la controinformazione nelle scuole - la faccia della ragazzina supponente che tanto lei non si ammala, mica è gay - i momenti di intimità tra Sean (Nahuel Perez Biscayart) e il suo compagno Nathan (Arnaud Valois) conosciuto nel gruppo. Dentro il confronto, le litigate, le strategie (nel cast anche Adèle Haenel già protagonista per i Dardenne). Cosa fanno, chi sono, quale è la vita privata di ciascuno oltre quella stanza e l'impegno non lo sappiamo ma non importa. Campillo ha raccontato di essere partito dal suo vissuto, l'esperienza da attivista in quegli stessi anni con Act Up, e la continuità tra vita e politica è la scommessa di questo racconto. (Cristina Piccino, Il Manifesto)