giovedì 29 marzo 2018 - ore 21

AYA: LA VITA A YOP CITY

- Sceneggiatura: Marguerite Abouet - Fotografia: Jean-François Azzopardi - Montaggio: Clément Oubrerie - Francia/Costa D’Avorio 2013, 84’, Animazione, COE/Milano Film Network, v.o. sott. it.

Costa d’Avorio, fine anni ’70: la 19enne Aya, a differenza delle sue due amiche che non pensano che a divertirsi la notte nei maquis e a sedurre i buoni partiti, preferisce stare a casa a studiare. Attorno a lei si incrociano altri personaggi divertenti come il padre donnaiolo, il figlio di papà Moussa, le mamme che cercano di proteggere le loro figlie scatenate e Gregoire detto il “parigino”… Marguerite Abouet (Abidjan, 1971) a dodici anni si trasferisce in Francia. Nel 2005 realizza la prima striscia della graphic novel dal titolo Aya, con illustrazioni del marito Clément Oubrerie (Parigi, 1966), che riscuote grande successo ed è tradotta in 12 lingue. Il film nasce dalla loro seconda striscia.

Yop City («per fare come nei film americani») sta per Yopougon, quartiere popolare di Abidjan, in Costa d’Avorio. Aya cresce in quelle strade, negli anni 70, cocciutamente intenzionata a non fare la fine di tutte le sue coetanee, impegnate soltanto a diventare parrucchiere e a procacciarsi un marito. Sullo sfondo c’è un paese in cui il fermento industriale si intreccia al crocicchio culturale post-coloniale: un’identità spesso confusa, attratta dallo stile di vita occidentale, ancorata a valori tradizionali arcaici. (…) Marguerite Abouet e il compagno Clément Oubrerie adattano la loro serie di albi a fumetti Aya de Yopougon, mantenendo nell’animazione il loro tratto grafico e cucendovi inserti di spot pubblicitari d’epoca: un ritratto vivace e schietto. (Ilaria Feole, filmtv.press)

Yopougon: città importante della Costa d’Avorio, popolata da circa due milioni di persone. Tra questi due milioni c’è Aya, giovane ragazza dallo spirito tenace e dalle salde convinzioni, capace di tenere le redini di un’intera famiglia (allargata e abbondante) alle prese con gli episodi quotidiani della vita in un mondo povero: dai padri che cercano di farsi belli agli occhi del capo di un birrificio industriale, ai problemi sentimentali di sorelle e parenti vari, passando per piccole e grandi tragedie familiari. A raccontarla così potrebbe sembrare logica una svolta tragica degli eventi, da un certo punto in poi, ma è proprio qui che viene il bello di Aya de Yopougon: tutto è affrontato con leggerezza, pulizia e solarità, anche i momenti più carichi di “pathos” sfociano in una risata mai sciatta e scomposta, ma “ragionata” ed intelligente, di una delicatezza più unica che rara. Di gran classe è anche l’aspetto visivo del film, graziato da uno stile che predilige personaggi in qualche modo “piatti” e dal colore steso in modo uniforme che creano un efficace contrasto con gli sfondi, più particolareggiati e rielaborati (anche con l’uso del tratto di matita apposto sopra il colore). Un’opera luminosa e vivace anche per quanto riguarda il disegno, insomma. L’elemento interessante è il modo in cui la narrazione viene destrutturata e svuotata d’importanza: ad importare non sono più la trama e le sue evoluzioni, quanto le situazioni presentate di volta in volta. È così che il lavoro di Abouet ed Oubrerie, tratto da un fumetto degli stessi autori, si conclude lasciando in sospeso alcune questioni, senza avere la pretesa di chiudere tutto in un finale “completo” e magari scontatissimo. Aya de Yopougon preferisce presentarsi come “riquadro”, e come “riquadro” chiudersi, senza la necessità di dire tutto e di essere un film didascalico. (Gabriele Raimondi, www.playersmagazine.it)