mercoledì 19 e giovedì 20 febbraio 2020 - ore 21

DOGMAN

Regia: Matteo Garrone - Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, M. Garrone - Fotografia: Nicolaj Brüel - Montaggio: Marco Spoletini - Interpreti: Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Baldari Calabria, Gianluca Gobbi - Italia/Francia 2018, 102', 01 Distribution.

Roma. Nella periferia della Magliana, dove l'unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toilettatura per cani "Dogman", l'amore per la figlia Alida e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l'intero quartiere. Dopo l'ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall'esito inaspettato.

Siamo in provincia, tra il Lazio e la Campania, (?) un luogo indefinito (ma sono le stesse zone in cui Garrone aveva filmato parte di Gomorra e L'imbalsamatore) che è subito un villaggio West. C'è tutto, la piazza, la strada in cui tutti passano, il locale in cui si siedono a bere e parlare i negozianti della comunità, la legge del più forte e un malvivente che sparge il terrore indisturbato a cavallo di una moto. (?) Garrone evita tutto il prevedibile e spiazza continuamente con la trama, mentre (?) il film lavora sottilmente per radicalizzare sentimenti ed emozioni. Ben presto in Dogman a scontrarsi non saranno più uomini ma, proprio come nei western, virtù cardinali e istinti fondamentali. Quei luoghi derelitti uniti alla tenerezza evidente del protagonista scatenano scintille mai viste che ci raccontano l'aspetto più primitivo dell'essere umani, cosa siamo disposti a fare per non perdere tutto e come mai. Eppure Dogman non è per nulla violento (la violenza che c'è è più che altro psicologica). (?) È tutto un teatrino assurdo, che non si fa fatica a pensare che esista davvero da qualche parte, messo in piedi da Garrone con una maestria che nei film precedenti impressionava ma stavolta spaventa proprio, per come riesca a suscitare nel pubblico la sua parte migliore al pari di quella peggiore, gli istinti animali di difesa e sopravvivenza che dovrebbero essere sopiti dalla civiltà e invece sono pronti a ringhiare furiosi come il cane che apre il film. (Gabriele Niola, www.wired.it)

Partendo da un fatto di cronaca raccapricciante, la vicenda del Canaro della Magliana, il regista lavora per sottrazione depurando la storia di tutti i dettagli morbosi e truculenti che rendono il fatto di cronaca nera ancora così celebre a trent'anni di distanza. L'intento del regista non è quello di ricostruire i fatti in modo cronachistico, tutt'altro, Garrone parte dalla figura del Canaro trasformando lui e tutti i personaggi che gli ruotano attorno in figure archetipiche. Dogman è ambientato in una comunità ristretta (?) in cui tutti si conoscono e conoscono i vizi degli altri. Proprio questa dimensione intima, questo microcosmo al cui interno si instaurano rapporti di potere ben precisi, funge da specchio di un macrocosmo più ampio che, a conti fatti, potrebbe simboleggiare la stessa Italia. (?) Garrone scava fino ad arrivare all'osservazione degli istinti più reconditi dell'essere umano. La sua regia è essenziale, priva di abbellimenti, lucida e attenta a cogliere i tratti più caratteristici dell'ambiente e dei personaggi. Così mentre i campi stretti rubano sguardi fugaci, gesti di stizza, lunghi silenzi o vengono usati in rapida sequenza per le scene più concitate, i campi larghi danno respiro alla storia permettendoci di esplorare con lo sguardo il quartiere, personaggio tra i personaggi. (Valentina D'Amico, www.movieplayer.it)