mercoledì 6 giugno 2018 - ore 21

È SOLO LA FINE DEL MONDO

(Juste la fin du monde) Regia, sceneggiatura e montaggio: Xavier Dolan - Soggetto: Jean-Luc Lagarce (dramma teatrale) - Fotografia: André Turpin - Musica: Gabriel Yared - Interpreti: Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard - Francia 2016, 95', Lucky Red.

Dodici anni prima Louis, ora drammaturgo affermato, ha rotto i ponti con la famiglia, ma adesso che sta morendo decide di tornare. Lo accoglie l'abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal suo ritorno, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta, la madre, impreparata al ritorno di un figlio mai compreso. Louis vorrebbe riappacificarsi e recuperare in qualche modo il tempo perduto, ma ha paura della sua famiglia, delle loro reazioni e del fatto che, nonostante il tempo passato, nulla sia in realtà cambiato.

Dolan (?) nel panorama cinematografico contemporaneo è davvero l'unico regista in grado di riportare in vita l'anima della Nouvelle Vague declinandola in chiave pop-moderna e donandole una nuova forza. Basterebbe guardare cosa riesce a tirare fuori dai suoi attori per capire la portata del suo talento, perché se è vero che si avvale di professionisti formidabili, è altrettanto vero che li spinge alle vette più alte della loro carriera. In particolare il personaggio di Marion Cotillard è un autentico miracolo di scrittura tale da renderlo una delle caratterizzazioni più acute degli ultimi anni di cinema. Un lavoro mostruoso di sottrazione e sottigliezza su una figura che nella sua apparente marginalità, diviene il fulcro nevralgico dell'intero film, quello in cui tutti i tormenti esistenti confluiscono e rimangono intrappolati. Dal primo folgorante incontro, lei diventa il corpo per il cuore dello spettatore, e sembrerà di vivere ogni suo più piccolo gesto sulla propria pelle. (Mattia Bianchini, www.everyeye.it)

Dolan mette a nudo l'incomunicabilità all'interno di un nucleo familiare in cui la violenza verbale sembra farla da padrona, in un crescendo drammatico inarrestabile, coadiuvato costantemente da musiche che sorprendono, rendendo il girato ancor più penetrante emotivamente. Le immagini sommergono lo spettatore come la piena di un fiume, lasciandolo attonito per la forza visiva che il regista imprime al racconto. (?) Dolan, con un'eleganza narrativa e una singolarità espressiva che incantano, mette in scena il dolore, la solitudine, l'insoddisfazione, l'incapacità dei familiari a percepire l'imminente tragedia, seppur si respiri nell'aria in modo palese. (Maria Grazia Bosu, www.ecodelcinema.com)

Come in un dramma di Cechov ognuno dei familiari è rimasto chiuso nella prigione di se stesso, coltivando verso di lui un sentimento misto di invidia e rancore. Inutile annunciare la propria morte a chi già ti ha cancellato dalla sua vita; e nello stesso tempo ecco affacciarsi un indecifrabile senso di colpa, un fermento di affetti e memorie. Il film gioca questi elementi su una silente imbastitura di insistiti primi piani carichi di verità che le parole nascondono, svelando la fragile imperfezione della natura umana. Bel cast francese al suo meglio, musica avvolgente di Gabriel Yared, morbida fotografia sui toni blu/ marrone di André Turpin, Dolan si dimostra uomo di spettacolo sempre più maturo: il suo non sarà un cinema per tutti i palati, ma è vivo, intenso e gronda emozioni. (Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa)