giovedì 1 marzo 2018 - ore 21

IL CLAN

(El Clan) Regia e sceneggiatura: Pablo Trapero - Fotografia: Julián Apezteguia - Montaggio: Alejandro Carrillo Penovi, P. Trapero - Interpreti: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich, Gastón Cocchiarale, Giselle Motta, Franco Masini, Antonia Bengoechea - Argentina/Spagna 2015, 108', 01 Distribution.

Argentina, anni 80. Mentre la dittatura sta per cadere e il Paese si appresta a una nuova vita democratica, un ex agente dei servizi segreti organizza un vero e proprio clan familiare che gode della protezione del regime e si guadagna da vivere con i sequestri di giovani rampolli dell'alta società. Sequestri, riscatti, torture e omicidi si mescolano alla placida routine della famiglia Puccio, tra un piacevole pranzo domenicale e una serata davanti alla tivù. Ispirato ad un episodio realmente accaduto.

Un film teso, dal ritmo incalzante, di abilissima fattura, capace di raccontare un caso. (?) A capo del "clan" vi era Arquímedes Puccio, che dopo anni di attività in servizi segreti e gruppi paramilitari di "ultraderecha", tra la fine della dittatura e i primi anni della democrazia si riciclò come sequestratore a scopo estorsivo. Personaggio di granitica fisicità, convinto fino alla fine della giustizia del proprio agire, Arquímedes è specchio di un regime che garantiva impunità a condotte fuori da ogni regola e che, anche dopo l'avvento della democrazia, ha lasciato scorie che a lungo hanno inquinato la società argentina. A interpretare (molto bene) il personaggio è Guillermo Francella, solitamente impegnato in ruoli comici (da cinepanettone, diremmo da noi). Trapero ribalta i suoi cliché, come se volesse duplicare nell'interprete la "doppiezza" del personaggio. Accanto al capofamiglia, ad interessare maggiormente Trapero è uno dei figli, Alex. Tormentato dai dubbi e in diversi momenti sul punto di prendere le distanze dal genitore, Alex rappresenta la difficoltà di dire "no" alle lusinghe e alla violenza di un regime autoritario e quindi introduce spunti di riflessione sull'innocenza, le connivenze e le responsabilità di parti della società argentina rispetto al regime militare. (Rinaldo Vignati, www.cineforum.it)

Arquímedes, tiranno dal volto umano, morbosamente bisognoso di dimostrazioni di affetto e incapace di accettare qualsiasi contestazione della propria autorità, è la perfetta espressione di quella casta di intoccabili che ha perpetrato ingiustizie ed efferatezze ben oltre la caduta del regime dei colonnelli. Alejandro, col suo bel viso fresco e pulito, è il simbolo perfetto del nuovo corso, dietro al quale però si nascondono le falle e le aberrazioni di un sistema incapace di vero cambiamento - avidità, brutalità, corruzione. La famiglia, infine, così compatta e sodale nel negare la propria partecipazione (leggi responsabilità) a qualsiasi azione delittuosa, rispecchia la sorda omertà di una società che "non poteva non sapere". Il cinema argentino torna dunque a fare i conti con i fantasmi e le ombre del proprio passato. (?) Con il suo sguardo asciutto, però, Trapero mette in sordina i sentimenti di orrore e indignazione per dare voce a una disillusione politica da ultimo dei Gattopardi. Nelle azioni dei suoi protagonisti non c'è traccia di romanticismo criminale né di follia ideologica. C'è solo avidità e disincanto. La stessa avidità e lo stesso disincanto che emergono amaramente nei colloqui tra Arquímedes e gli uomini che gestiscono ancora il potere nella nuova Argentina democratica: "tutto deve cambiare perché tutto resti come prima". (Stefano Guerini Rocco, www.ondacinema.it)