giovedì 26 marzo 2020 - ore 21

LAND

Regia e sceneggiatura: Babak Jalali - Fotografia: Agnès Godard - Montaggio: Nico Leunen - Interpreti: Rod Rondeaux, James Coleman, Michele Melega, Florence C.M. Klein, Wilma Pelly, Georgina Lightning, Antonia Steinberg, Andrew J Katers, Griffin Burns, Mark Mahoney - Italia/Messico/Francia/Paesi Bassi 2018, 111', Asmara Films.

I Denetclaw sono una famiglia di Lakota Sioux della riserva di Prairie Wolf. Mary ne è l'anziana capofamiglia, che vive insieme ai suoi tre figli e alla famiglia di Raymond, il maggiore. Quando giunge loro la notizia che Floyd, il minore, è morto in guerra in Afghanistan, i problemi aumentano fino a provocare una forte tensione nella piccola comunità bianca che vive ai margini della riserva. Esplode la violenza e a farne le spese è Wesley, il secondo dei tre fratelli dedito abitualmente all'alcool. Raymond, ex-alcolizzato, nonostante senta una forte responsabilità verso la famiglia, sembra troppo avvilito per fare qualcosa al riguardo.

Land prende come pretesto la morte del ragazzo per sollevare il velo da una questione complicata e mai sopita, quella dei nativi americani, concentrandosi sugli innumerevoli scontri tra le due "fazioni", i bianchi e gli indiani, ma anche su una delle questioni più scottanti, l'alcolismo. Nella riserva è vietata la vendita di alcolici ma bastano pochi passi e quell'illusorio anestetico è a portata di mano. Wesley beve, beveva anche Raymond, ma le tante birre buttate giù non sono riuscite ad addormentare il dolore dato dalla loro condizione (?). La "land" del titolo è una terra deserta, senza Dio, bacino da cui prelevare manodopera, burattini di carne e ossa da spremere fino all'esaurimento di sangue e aria. (?) Sono uomini e donne in trappola, che non sono più capaci di piangere per la morte di un parente, che tradiscono la propria famiglia, che fingono di non aver perso un fratello, uniti in quelle distese aride, sotto il medesimo sole cocente. (?) Land di Babak Jalali racconta le durezze delle riserve, la crudeltà tra bianchi e indiani, le tenerezze tra marito e moglie, tra fratelli, e mostra l'epopea di un'America fatta di contraddizioni con cui spesse volte fatica ad entrare in contatto, e così resta spesso bloccata, immobile come l'occhio del regista, immersa nei problemi, nelle differenze, nei timori e nei rancori proprio del suo popolo e del periodo storico che sta vivendo. (Eleonora Degrassi, www.cinematographe.it)

Lo sapevamo già dai western d'epoca che di pellerossa ne uccideva tanto il whisky quanto il Winchester ma vedere questa strategia ancora in atto nel secondo millennio non solo intristisce ma indigna. Jalali si premura di ricordarci che finché sono in giovane età e quindi non ancora devastati dall'alcol, i discendenti dei Sioux vengono considerati 'americani' da mandare a morire (?). Salvo farli ritornare in una bara cercando poi di abbassare l'entità dell'indennizzo dovuto. In proposito é interessante osservare come la sceneggiatura non sia manichea. L'ufficiale che deve comunicare la quasi certa riduzione dell'emolumento a causa dell'incertezza sulle cause della morte di Floyd, si mostra decisamente imbarazzato e partecipe della situazione in cui versano i suoi familiari. Non provano lo stesso sentimento gli yankee che non risparmiano Wesley. Emerge però progressivamente Raymond che ha vissuto il calvario dell'alcolismo, ne è uscito a prezzo di grandi sforzi e ora sembra osservare tutto senza essere coinvolto più da nulla. Ma dietro il suo sguardo e davanti ad una bara qualcosa sta cambiando ed evolverà in una forma che finirà con il restituirgli il senso della parola dignità. (Giancarlo Zappoli, www.mymovies.it)