mercoledì 16 e giovedì 17 novembre 2022 - ore 21

UN FIGLIO

(Bik Eneich) Regia e sceneggiatura: Mehdi Barsaoui - Sceneggiatura: - Fotografia: Antoine Héberlé - Montaggio: Camille Toubkis - Interpreti: Sami Bouajila, Najla Ben Abdallah, Youssef Khemiri, Noomane Hamda, Slah Msadek, Mohamed Ali Ben Jemaa, Qassine Rawane - Tunisia/Francia/Libano 2019, 96', I Wonder.

Estate 2011, Tatouine in Tunisia. Fares, Meriem e il figlio di undici anni Aziz fanno una gita con amici nel sud del Paese. Lungo la strada del ritorno il nucleo familiare si trova coinvolto in una sparatoria tra gruppi islamisti e l'esercito regolare. Aziz viene ferito gravemente al fegato e ricoverato d'urgenza. La diagnosi è infausta a meno che non si proceda in tempi sufficientemente rapidi al trapianto. A questo punto emerge un dato che rivela un segreto fino ad allora celato e la situazione si complica da molti di punti di vista.

Quanto è progressista e quanto ancora attaccata ai valori della società patriarcale la Tunisia odierna? Un tragico incidente è il pretesto che permette al primo lungometraggio del regista tunisino Mehdi Barsaoui di raccontare la storia di una famiglia (e di un paese) dove la modernità stenta ad affermarsi. (?) Bik Eneich è un film sui ruoli familiari, su che cosa significhi essere genitori nel senso più profondo del termine, ma anche sull'emancipazione femminile e sui problemi che pone una legislazione non più al passo con i tempi. Tutti temi che i protagonisti esplorano dai claustrofobici corridoi di un ospedale tunisino, mentre fuori si avverte l'aria di un cambiamento politico in atto, reazione della guerra civile libica del 2011. (Cristina Matteucci, www.cinematografo.it)

Un figlio è un film drammatico e potente che porta in scena la sofferenza di una famiglia e, per certi versi, di un'intera nazione. Il giovane Barsaoui riesce a raccontare con estrema delicatezza - e allo stesso tempo crudezza - le contraddizioni della società tunisina nel bel mezzo delle Primavere Arabe. La pellicola si snoda tra contrasti e contrapposizioni, giocando con la complessità dei diversi punti di vista. La Tunisia ci appare come un Paese combattuto tra diverse visioni ideologiche e religiose, in un contesto dove la scienza impone una velocizzazione nell'adeguamento delle leggi. La medicina si trova di fronte a un vero e proprio conflitto morale interno che la costringe a fare costantemente dei passi indietro (o comunque di lato). Meriem e Farès, che ci sembrano così 'moderni', che sembrano vivere il loro rapporto pienamente e alla pari, soccombono poi agli insegnamenti intrinsechi della loro cultura di base, anche se - per fortuna - non ne cadono vittime fino in fondo. I loro dialoghi sono potenti quasi quanto lo sono i silenzi, e rendono chiaro il loro bisogno di modernità. Una modernità che cerca di fiorire mentre lotta contro l'arretratezza di un Paese che rivendica ufficialmente il ricorso alla moralità e al patriarcato pur consentendo lo sviluppo di una delinquenza che si alimenta dalla miseria della guerra. (?) Il film affronta anche la spinosa questione della donazione degli organi in una realtà in cui questa scelta è ancora poco diffusa, mostrandoci quella che ad un tratto, per Farès, sembra essere l'unica soluzione possibile: cioè comprare un fegato per suo figlio. Il regista non ha paura di raccontare attraverso le inquadrature il tormento di una realtà che spesso nemmeno i media vogliono affrontare. E Barsaoui non ci propina una soluzione facile, ma ci invita piuttosto a prendere coscienza del fatto che una realtà simile è sotto gli occhi di tutti, anche quando decidiamo di non guardare. (Chiara Capuani, www.today.it)