giovedì 30 maggio 2019 - ore 21

MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

(The Death of Stalin) Regia: Armando Iannucci - Sceneggiartura: A. Iannucci, David Schneider, Fabien Nury - Fotografia: Zac Nicholson - Montaggio: Peter Lambert - Interpreti: Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Rupert Friend, Steve Buscemi, Jason Isaac, Jeffrey Tambor, Jonathan Aris, Paddy Considine, Simon Russell Beale, Michael Palin - GB/Francia/USA 2017, 106', I Wonder Pictures.

L'uomo che aveva governato L'Urss per 33 anni, è colpito da un ictus nella sua dacia nella notte del 2 marzo del 1953. I soccorsi cominciano solo il giorno dopo perché a scoprire il malore, è la cameriera al mattino, l'unica persona autorizzata ad entrare nella sua stanza. Intanto tra i suoi collaboratori inizia la lotta tragicomica per la successione che porta al potere il fantoccio Malenkov prima e Kruscev dopo.

Una commedia nera, pungente, dove le parole sono colpi di pistola. Un termine sbagliato può decretare la vita o la morte di migliaia di persone innocenti, mentre a palazzo le più alte cariche del regime cercano di spartirsi la Grande Madre Russia. (?) Morto Stalin, se ne fa un altro è una satira feroce sulla follia che regola un regime totalitario. I politici se ne infischiano del popolo e pensano solo al proprio tornaconto, con la tracotanza di ritenersi al di sopra della legge. I peggiori crimini rimangono impuniti e a pagare è la gente comune, che non ha i mezzi per difendersi. Passano i decenni, ma certe dinamiche non cambiano. I leader degli Stati continuano a dare scandalo, però non abbandonano il comando, e restano al vertice nonostante i processi in corso. Il film di Iannucci, tratto dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, è un affresco incisivo, che fa riflettere anche sul marcio delle democrazie occidentali. Il regista scozzese segue la scia del suo In The Loop, una sferzata sarcastica sulla guerra in Iraq, e dopo aver attaccato il capitalismo vola dall'altra parte del mondo per affrontare il comunismo. La sua arma è una sceneggiatura quasi teatrale, ambientata nei saloni sfarzosi e negli angoli più bui, dove nessuno può sentire i sussurri dei congiurati. (Gian Luca Pisacane, www.cinematografo.it)

Una commedia dai toni ai limiti del grottesco, che rende in modo magistrale la tragicità dei fatti. Gli odi, i rancori, le alleanze segrete, i voltafaccia che i dirigenti del partito si scambiano vicendevolmente, confluiscono nello scontro tra l'abile politico Nikita Kruscev e il vendicativo ministro degli Interni e capo della spietata polizia segreta, Lavrentij Berija. (?) Le gag esilaranti tra le alte sfere sovietiche non impediscono al film di trasmettere la drammaticità, l'angoscia e la psicosi che devono aver caratterizzato il periodo delle grandi "purghe" staliniane, durante il quale bastava pronunciare una sillaba sbagliata per essere deportati nei gulag siberiani o brutalmente uccisi. Ma l'intento dell'opera va oltre la descrizione delle lotte per la successione al potere post Stalin, ed è più universale. È quello di mostrare, in primis il pericolo e il dolore che può causare il potere quando è concentrato nelle mani di pochissimi, e inoltre quello di scandagliare la banalità umana - ed è su questo punto che la commedia e la tragedia si fondono perfettamente - che spesso si cela dietro i volti del potere e la brama per mantenerlo. «Piccolo, sembra così piccolo», dice Maria Judina, la pianista preferita (personaggio reale, e unica nella sua statura morale) ma non ricambiata, da Stalin, di fronte al suo corpo senza vita nel feretro, a mo' di epitaffio ideale del dittatore. E in questo senso, forse, il titolo della versione italiana del film è più azzeccato di quella originale. (Alessandro Giuntini, www.sentieridelcinema.it)