Le nostre recensioni

Gravity

Regia: Alfonso Cuarón - USA 2013.

Con Alfonso Cuarón la fantascienza contemporanea è in buone mani. Soprattutto quando si tratta di una science fiction simbolica e filosofica, sul modello di 2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968), lontana dalle metafore semplicistiche di Elysium. A distinguerlo dal pur interessante Neill Blomkamp è anche una più spiccata bravura registica: Gravity straborda di piani sequenza (in questo caso sarebbe meglio dire long takes) e soggettive? insomma, di virtuosismi, ma mai fini a se stessi. Da un lato la macchina da presa sembra orbitare anche lei insieme ai protagonisti astronauti, regalandoci riprese fluide e in sintonia con questa sensazione di sospensione e di limbo. Dall'altro rimane appiccicata al personaggio per rendere più fisiche e reali le rotazioni, gli scontri del suo corpo con altri oggetti.

Sorprende inoltre un 3D finalmente maturo, che lavora in coppia con la messa in scena in profondità, che altrove sottolinea il movimento della mdp dall'esterno all'interno della tuta spaziale (attraverso il vetro del casco), ossia il passaggio ad una soggettiva, e che valorizza i riflessi, le goccioline e i detriti. In una delle scene finali questi ultimi vengono continuamente addosso agli occhi dello spettatore, quasi a volerli perforare, causando un'efficace sensazione di fastidio e disagio. A ciò contribuisce non poco anche la colonna sonora, una partitura tra il rumorismo e l'industrial, fatta di ripetizioni alienanti e crescendo pungenti. Il crudele meccanismo narrativo è ansiogeno, e si resta in apnea fino ai titoli di coda, proprio come succedeva con I figli degli uomini, il precedente film di Cuarón (2006): tutto va male, malissimo, ma c'è sempre un po' di speranza alla fine. Quali film meglio di questo ideale dittico riescono a rendere così efficacemente lo stato d'animo di un'umanità in tempi di crisi? Questi viaggiatori spaziali sono sempre disperatamente attaccati a fili, corde, tubi (che li separano dal vuoto e dal buio annichilenti dello spazio profondo), come ad un cordone ombelicale, insomma alla vita. "Don't let go"/"Non mollare ora" è lo slogan sulla locandina. E tutto il film è un po' un inno a lottare, ad andare avanti. Che è in fondo la filosofia di vita del comandante Kowalsky (primo di soli due personaggi), che George Clooney ricalca in modo azzeccato su quella figura che si è costruito col tempo (anche nelle pubblicità televisive): sicuro di sé, spavaldo, professionale, sempre calmo e sorridente, anche nei momenti più disperati.

Ed è questa influenza positiva che rende il personaggio femminile (la dottoressa Stone, interpretata da Sandra Bullock) una "donna forte", sintesi di molte predecessore anche sci-fi - su tutte la Sigourney Weaver di Alien(s), anche lei un po' androgina. Quando la Bullock entra nella Soyuz, e si libera della tuta, ricorda la Barbarella del film di Roger Vadim, ma subito dopo si posiziona come un feto (con un tubo stavolta esplicitamente metafora visiva del cordone ombelicale), attingendo invece a 2001, e quindi passando da un 1968 fantascientifico all'altro. Proprio spogliandosi mostra un corpo decisamente sensuale, attraente: ed è la prova di un continuo lavoro sul corpo, in questo caso femminile, una femminilità portatrice di vita (il feto), una vita che le è stata però negata (la perdita della figlia). Quando la protagonista, sulla navetta russa, sta per abbandonarsi alla morte, e ascolta il collegamento con un cinese sulla terra, sentendo dei latrati si mette ad abbaiare: con quella tuta russa addosso sembra evocare Laika, e con lei i fantasmi di tutti i "cosmonauti perduti" nello spazio le cui voci furono probabilmente captate da qualche radioamatore. Non va infatti tralasciato che il film è incredibilmente colto riguardo alla storia della navigazione spaziale e alla sua situazione attuale. Qualche detrattore della sceneggiatura avrà da ridire sul continuo ritorno dei detriti, ma in essi va individuato un ben preciso riferimento ai "rifiuti spaziali", una questione molto grave, che sta dando non pochi problemi ai satelliti. In questo periodo di crisi, la ricerca nello spazio è un po' in abbandono, e Gravity rende molto bene questo panorama contemporaneo: tutte le stazioni sono vuote e rotte, nessuno se ne cura e finiscono per precipitare sulla Terra.

Proprio riguardo alla sequenza finale, si può dire che la caduta sul fondo dell'acqua sia strumentale a tenere la tensione alta fino all'ultimo, certo, ma dà inizio a una risalita, verso la salvezza, verso quella terra dove ritornano i suoni della Natura, si sente di nuovo il peso del proprio corpo (la "gravity" del titolo, che significa anche "solennità", "austerità", che sono poi caratteristiche proprie del film), si esce dal limbo (dello spazio e poi dell'acqua) e si riscopre la propria fisicità. Ma questa "risalita" diventa anche metafora dell'evoluzione dell'essere umano: dal fondo del mare si aggrappa alla terra, annaspa e arranca, e faticosamente si mette su due piedi. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio inno all'uomo, e insieme a quella donna sopravvissuta, con un senso d'imponenza aumentato dal contre-plongée: sfida il cielo, ancora una volta, e si mette in cammino per un altro viaggio, un'altra esplorazione.
Stefano