Le nostre recensioni

Sugar Man

Regia: Malik Bendjelloul - Regno Unito / Svezia 2012.

Sugar man, won't you hurry / 'Cause I'm tired of these scenes / For a blue coin won't you bring back / All those colors to my dreams... (Uomo dello zucchero, datti una mossa / perchè sono stanco di questi luoghi / Per un pò di dignità riporta / tutti i colori ai miei sogni...) "Sugar man", tra tutte le canzoni che accompagnano questo documentario su Sixto Rodriguez (il 'cantautore dei bassifondi di Detroit'), è quella che rimane più impressa. Non solo, banalmente, perché dà il titolo al film. Sarà per il canto orecchiabile che viene però accompagnato da una strumentazione che guarda alla psichedelia, e che ricorda tanto i Beatles quanto Syd Barrett. Oppure per le sue parole poeticissime e struggenti, un evidente "inno" ad un pusher.

Se non avete idea di chi sia Sixto Rodriguez, non vi preoccupate: ancora oggi in America lo conoscono a malapena. I due dischi che pubblicò negli anni Settanta furono un fiasco completo, pur contro le aspettative dei produttori. Uno degli intervistati dona una propria interpretazione di quell'insuccesso, usando un'impeccabile logica tutta statunitense: il cognome faceva pensare a dei ritmi latineggianti (nulla di più lontano dal suo folk pregno di sociale e politica), e a quei tempi la musica sudamericana non andava di moda. Fatto sta che dopo quelle due incisioni, Rodriguez 'scomparve'. Nessuno poteva neanche immaginare che contemporaneamente, per dei casi del tutto fortuiti, le sue opere stavano diventando famosissime in Sudafrica. Ed è proprio da quel paese che, molti anni dopo, con l'aiuto di un neonato internet, alcuni fan e studiosi si misero 'alla ricerca dell'uomo dello zucchero'...

Una storia davvero incredibile, che sicuramente meritava di finire sul grande schermo. Il documentario di Malik Bendjelloul riesce a sembrare originale pur restando nel convenzionale: il film ha una trama che usa molto ritmi e linguaggi presi in prestito dalla fiction, come ad esempio un sorprendente colpo di scena a metà film. Inoltre sa muoversi agilmente da un genere del doc all'altro: parte in modo del tutto tradizionale e 'musicale', poi si trasforma in un piccolo giallo, quindi assume le tinte dell'inchiesta (con tanto di intervista particolarmente accesa a la Michael Moore), per poi ripiegarsi nella tranquillità dell'inizio. È forse quest'ultima parte che contiene qualche lungaggine di troppo.

Eppure va detto che il regista non cade nell'errore di focalizzarsi esclusivamente sul chitarrista. Anzi, come ricorda il titolo, il documentario è più che altro dedicato alla sua ricerca, e quindi i veri protagonisti restano i suoi ammiratori sudafricani. Il film si sofferma spesso sul clima musicale e culturale del Sudafrica durante l'Apartheid, narrandoci anche in questo caso delle vicende poco note o approfondite. Ad esempio il barbarico sistema di censura che consisteva nel graffiare la traccia 'scomoda' del vinile, il quale poi poteva essere messo in vendita. Quindi il lavoro di Bendjelloul possiede anche un'anima un pò più 'impegnata' che affiora a tratti. Si tratta, per farla breve, del tipico prodotto ben confezionato (e un pò furbetto) che riesce a strappare qualche emozione sincera. Inevitabile l'Oscar al miglior documentario.
Stefano