Le nostre recensioni

The Wolf of Wall Street

Regia: Martin Scorsese - USA 2013.

Dissolvenze incrociate 'inutili' e spaesanti (alla "Taxi Driver"), continua rottura della quarta parete, ralenti esasperati, momenti sperimentali (il fotogramma di un fulmine che rappresenta metaforicamente l'effetto della cocaina appena assunta), inserti improvvisi di altri media (fotografie, spot televisivi)... L'elenco delle stranezze virtuosistiche presenti nel nuovo film di Scorsese sarebbe lunghissimo. Dopo qualche opera "normalizzata" seppur interessante ("The Departed", "Shutter Island", "Hugo Cabret"), Martin Scorsese torna alla carica con un film stratificato e controverso.

La sua tipica regia 'nervosa' si adatta benissimo a un personaggio che fa largo uso di droghe eccitanti, e trova ancora una volta come perfetto collaboratore Leonardo DiCaprio, che ha fatto proprio della nevrosi e della tensione caratteristiche imprescindibili del suo stile recitativo. Qui l'interpretazione che dà del broker Jordan Belfort è ancora più istrionica del solito, quasi clownesca (le continue smorfie) o cartoonesca (l'irriverente parallelo con Popeye).

Con un DiCaprio sempre più simile - fisicamente - al giovane Orson Welles, Scorsese firma una sorta di nuovo e allucinato "Citizen Kane" ("Quarto potere", 1941): assoluta mancanza di linearità, biopic sui generis, qualche inquadratura che sembra richiamare (forse inconsciamente) all'esordio di Welles. Anche in "The Wolf" domina l'eccesso. E non è un caso se è il film in cui ci sono più fuck (per non parlare dei diti medi alzati) e più sesso di ogni altro Scorsese's: il protagonista adora fottere tutti (e in tutti i sensi). La fame di potere conduce alla bestialità - ma il lupo del titolo ricorda anche il celebre motto di Hobbes (Homo homini lupus): nel mondo della finanza non ci sono regole, né vere amicizie, ma solo un continuo sbranarsi. Basterebbe questo, a parere di chi scrive, a screditare tutti coloro che hanno tacciato il film di ambiguità etica. Certo, non è un'opera di denuncia, e neanche vuole esserlo. (In fondo, quale film statunitense lo è mai stato davvero? Pure il Michael Moore più politicamente esplicito alla fine è soprattutto intrattenimento). La critica di Scorsese lavora su un piano molto più sottile, un implicito sfottò al pubblico che s'identifica nel protagonista e sogna di essere come lui. Il successo che ha avuto nelle nostre sale è emblematico, quasi una prova del berlusconismo latente che è in ognuno di noi (italiani).

"The Wolf of Wall Street" si chiude con un'emblematica immagine-specchio della sala del cinema: noi spettatori siamo proprio come quelle persone venute a imparare l'arte della persuasione, vorremmo diventare ricchi da un giorno all'altro - certo, sempre a spese di qualcun altro.
Stefano