Le nostre recensioni

Due giorni, una notte

- Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne - Belgio 2014.

Luc e Jean-Pierre Dardenne, 60 e 63 anni, hanno affrontato spesso il tema del lavoro nelle loro opere, a partire da La promesse che parlava dello sfruttamento dei clandestini e, poi, col magnifico Rosetta (Palma d'Oro a Cannes nel 1999) che scatenò in Belgio un tale dibattito sulle tutele del lavoro per i giovani da portare addirittura ad una legge battezzata "legge Rosetta". Sono passati quindici anni, il mondo è cambiato, peggiorato in tutti i sensi, con la crisi e il precariato che hanno reso più sole le persone, indebolito i lavoratori e azzerato gran parte dei loro diritti. E in questo autunno tiepido, mentre nel nostro paese si vara una legge che, propriamente, si potrebbe definire "job-attak", i Dardenne sono tornati sul tema per raccontarci la storia di una donna che sta per essere licenziata.
Siamo in una fabbrica che assembla pannelli solari con un titolare che non è né cattivo ne buono, ma che, piaccia o non piaccia il termine desueto, è pur sempre un "padrone". Quello che conta è il profitto e visto che, a seguito della convalescenza di Sandra dovuta ad una depressione, si è reso conto che basta spremere un po' di più i restanti sedici dipendenti per risparmiare il diciassettesimo stipendio, lui ci prova. Per far passare la cosa in modo indolore, onde evitare (improbabili) lotte di solidarietà propone ai lavoratori una votazione: accettare un bonus di 1000 euro o evitare il licenziamento della collega.
A reprimere eventuali pericolosi istinti di solidarietà lascia il lavoro sporco al capofficina che, seguendo un copione consolidato, mette sul piatto un po' di ricatti e minacce.

Il gioco è fatto, tra egoismi e paura di perdere il proprio lavoro, il risultato sono quattordici sì e due soli no. Di fronte alle proteste di Sandra e di una sua battagliera amica in merito al comportamento del capofficina, il titolare, il padrone appunto, certo di vincere, può persino permettersi di fare il generoso: la votazione sarà ripetuta e, questa volta, il voto sarà segreto. Sandra ha un solo weekend per convincere i colleghi a sostenerla. Due giorni, una notte, appunto. Nella sua frenetica corsa, Sandra, una splendida Marion Cotillard, è sostenuta senza riserve dal marito (Fabrizio Rongione) e dall'aiuto attivo dei suoi bambini, raccoglie lungo la strada la solidarietà dei più deboli e più licenziabili, magari perché extracomunitari, si scontra e si confronta coi peggiori egoismi prodotti dalla società dei consumi.
Un film perfetto che commuove e dà forza, che parla di precarietà, di tutele azzerate e di individualismo esasperato. Un'opera che affronta il senso della debolezza, della solitudine, della competizione che divide, dell'eterna guerra tra poveri, della ricerca della solidarietà e della determinazione nella lotta per l'affermazione dei propri diritti, sino ad approdare alla scelta finale della protagonista. Una scelta piena di dignità. Si esce dalla sala con negli occhi la storia di una Sandra, inizialmente debole e incline al pianto, che restituisce a noi spettatori un senso del giusto su cui, costi quel che costi, non si può retrocedere. Ancora un capolavoro dei Dardenne. Peccato che oggi chi governa il nostro Paese, anziché una "legge Sandra", ci abbia soltanto regalato un'ulteriore perdita di diritti.
Guido