Le nostre recensioni

The Master

Regia: Paul Thomas Anderson - USA 2012.

Il titolo dell’ultima fatica di P.T.A. (ormai diventato un marchio di qualità), sembra richiamare intrinsecamente un’altra parola: “masterpiece”. Ma purtroppo, nonostante siano visibili gli sforzi immensi compiuti dal regista per far sì che questo passaggio semantico si realizzi (leggi: film estremamente ambizioso), non siamo dalle parti del capolavoro. Anzi, si tratta di un film addirittura deludente, viste le altissime aspettative.

Un cast stellare – tra cui l’immancabile Philip Seymour Hoffman – la pellicola in 70 millimetri, una regia come al solito curata ed “epica”, fatta di movimenti lenti ed ipnotici (come le ormai celebri carrellate laterali di Anderson) che esaltano le gesta degli attori e la splendida fotografia. Insomma, il regista costruisce un’impalcatura spettacolare… ma su delle basi estremamente fragili. Infatti sembra così ossessionato dall’aspetto estetico, dal come rappresentare la storia, che si dimentica quasi di che cosa sta raccontando. La sceneggiatura è il punto debole del film, la componente mal posizionata che fa crollare questo enorme castello di carte. La storia è oggettivamente inconcludente: senza azione, ma anche senza quegli intrighi psicologici che dovrebbero compensarla.

I due protagonisti (interpretati entrambi in modo un po’ troppo barocco) risultano davvero piatti, senza cambiamenti nel corso della proiezione, e il rapporto tra i due prosegue evitando potenziali momenti davvero drammatici. Quindi la domanda che viene spontanea porsi è: perché donare una tale imponenza esteriore ad una trama che alla fine non ha nulla di epico? Al confronto col precedente There will be blood / Il petroliere, The Master sbiadisce: anche lì era stato scelto un momento preciso e significativo della storia statunitense, anche lì vi era l’incontro/scontro tra due figure maschili importanti, così come la musica dissonante ed azzeccata di Jonny Greenwood, ma era molto presente ciò che invece manca nell’ultimo: un respiro narrativo coinvolgente, che sappia catturare lo spettatore e non lo molli fino alla fine. The Master rimarrà ai posteri come un freddo esercizio di stile, un lavoro impeccabile ma noioso, dove tutto sembra perfettamente al suo posto e in realtà è così tremendamente fuori luogo.
Stefano

Django Unchained

Regia: Quentin Tarantino - USA 2013.

Django scatenato. Un po’ meno il regista Quentin Tarantino, che prosegue sulla falsariga del precedente Unglorious Basterds / Bastardi Senza Gloria, e sono così numerosi i punti in comune tra queste due opere e i rimandi più o meno sottili, che si potrebbero considerare due film gemelli. Se BSG era un film di guerra diretto come un western, Django è un western che strizza l’occhio al filone della blaxploitation, soprattutto nella struttura: la storia di un eroe nigga che si rivolta contro una società bianca e razzista. Il film rifugge però la radicalità del progetto BSG, forse debordato dal “peso” del genere a cui in fondo appartiene: un genere prolifico che Tarantino usa (più che il filone degli anni Settanta appena citato) come fonte di citazioni. Ma quelle che alla fine colpiscono di più sono i già accennati rimandi al lavoro antecedente: il melange [mix] di lingue, Christoph Waltz che interpreta un’altra volta il tedesco (giocando nuovamente sulle sue reali origini austriache), e il celeberrimo brano di Beethoven, estensione di questa “germanità” (Für Elise). Quest’ultimo infatti ricorreva nella sequenza iniziale di Unglorious Basterds, essendo la musica che la accompagnava – opera dell’immancabile Morricone – costruita intorno ad una citazione del brano stesso.

Invece in Django la melodia originale, eseguita con l’arpa, suscita l’irritazione di Dr. Schultz/Waltz, il quale non tollera che la purezza del Maestro venga violata da un contesto come quello della dimora dell’infimo latifondista Calvin Candie/Leonardo DiCaprio. Tra i due quello che stupisce è veramente DiCaprio, capace di dare voce (ottimo il lavoro sull’accento) e corpo perfettamente ad un personaggio che, dalla sua apparizione, rischia di rubare la scena ai due protagonisti. Non che Jamie Foxx e Waltz siano da meno, ma soprattutto il secondo (più “quotato”) è svantaggiato dall’esagerare un po’ troppo i tratti di una figura in fondo irritante: il suo modo di fare pistino e precisino e il suo parlare esageratamente forbito rovinano l’unico “bianco buono” di tutto il film, forse volutamente. Un film dunque pieno di orgoglio nero, il quale viene spesso sottolineato dalla fin troppo tamarra musica rap, alla quale sarebbe stata oggettivamente più azzeccata quella funk/soul che abbondava nei film della blaxploitation. Il rapporto con quest’ultima, purtroppo troppo poco approfondito, raggiunge il suo apice nella carneficina dei bianchi delle ultime sequenze. Impossibile evitare le analogie tra queste ultime ed il finale di BSG: in entrambi i casi la riscrittura della Storia si fonde ad un’incredibile forza catartica (è impossibile non provare piacere nella morte del Male, sia esso incarnato da Hitler o da cowboy “ariani”), sempre sviluppato nell’ottica del “sogno”, di quel gioco con la realtà che si può creare solo al cinema.

E a proposito di cinema, quello di Tarantino ha insieme il vantaggio di “funzionare” sempre e lo svantaggio di non cambiare mai, di riciclarsi continuamente (altri maestri nel fare ciò sono i fratelli Coen). L’idea che si tratti un po’ sempre dello stesso spettacolo è avvalorata da una scena come quella della “nascita del KKK”, ennesima variazione sul tema dell’umanizzazione del villain, portata avanti dai tempi di Pulp Fiction e del suo «royale with cheese»… ma sicuramente uno dei momenti più esilaranti del film, ancora più puntato verso una comicità demenziale (sembra di essere dalle parti de La pazza storia del mondo) e cartoonesca (a proposito si vedano le buffissime morti della sorella di Candie e del personaggio/cameo di Tarantino). Insomma, Django Unchained è un’opera godibile ma, già solo perché sfiorisce rispetto alla precedente, rimane “tarantiniamente” minore.
Stefano