Il Regno d'Inverno - Winter Sleep

Recensione del 13 giugno 2014 di guido

- Regia: Nuri Bilge Ceylan - Turchia 2014.

Un'auto con due uomini a bordo corre lungo una strada dell'Anatolia centrale quando viene colpita da una pietra lanciata da un bambino. Inizia così, non a caso con una rottura violenta, quella di un finestrino, il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan, Palma d'oro a Cannes 2014, scritto a quattro mani con la moglie Ebru, ispirato alle novelle di Anton Cechov (con più di un'incursione in Bergman, Dostoevskij e Shakespeare). È l'inizio di una lenta demolizione delle solide certezze a cui vive aggrappato il protagonista della storia, un sessantenne ex attore, editorialista di un giornale locale, proprietario di molte abitazioni e di un albergo frequentato da turisti interessati ad ammirare le atmosfere lunari della Cappadocia sintetizzate in quel villaggio scavato nella roccia di tufo calcareo in cui si svolge l'azione del racconto. Aydin (Haluk Bilginer) gestisce l'albergo con la giovane moglie Nihal (Melisa Sözen) e con Necla (Demet Akbag), una sorella indurita dal fallimento del proprio matrimonio. Aydin è un intellettuale illuminato o un uomo preda di un atavico maschilismo in cui rinchiude sia la giovane moglie che la sorella? E Nihal è davvero un'altruista dedita alle buone azioni o il suo tentativo di riscatto morale è solo la carità pelosa di chi vive nell'agiatezza? Tre personaggi che si confrontano e si scontrano lungo i 190 minuti di un bellissimo film, prigionieri di quel Winter Sleep (letargo invernale) sottolineato nel titolo originale. Intorno a loro, un villaggio dove vige una miseria diffusa fatta di famiglie che non riescono nemmeno a pagare l'affitto.


Nei film di Nuri Bilge Ceylan, classe 1959, Cechov è onnipresente, attraverso personaggi che scivolano nella profondità di drammi esistenziali senza privarsi di quella lieve ironia che permette loro di sopravvivere e continuare nel gioco al massacro di cui si nutre la quotidianità. Una rappresentazione dello scorrere del tempo con matrimoni imperfetti, rivalità tra individui e classi, disastrosi rapporti parentali, cattive coscienze borghesi, parabole sentimentali discendenti che attraversano, da quasi un ventennio, un cinema che coinvolge lo spettatore in intense riflessioni sulle relazioni umane. Sono le tematiche presenti nella sua lunga filmografia, da Kasaba a Nuvole di maggio, da Uzak a Il piacere e l'amore, da Le tre scimmie a C'era una volta in Anatolia (proiettato lo scorso anno a Suburbana), opere che parlano di una Turchia solo apparentemente lontana, immersa nei meravigliosi e atavici paesaggi dell'Anatolia o persa nella caotica Istanbul, in cui l'indifferenza e l'incomprensione, la mancanza di ascolto dell'altro e l'incapacità di immedesimazione in chi ci sta di fronte, risultano essere patrimonio comune di tutta l'umanità. Guido




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