Suburbana Collegno

UN SEMPLICE INCIDENTE

mercoledì 10 e giovedì 11 febbraio 2027 - ore 21

(Yek tasadef sadeh) Regia: Jafar Panahi - Sceneggiatura: Jafar Panahi, Shadmehr Rastin - Fotografia: Amin Jafari - Montaggio: Amir Etminan - Interpreti: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr - Iran/Francia 2025,105’, Lucky Red, Palma d’Oro a Cannes.

Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione temporanea. Un uomo, che si trova sul posto, cerca di non farsi vedere perché gli è parso di riconoscere, nel conducente dell’auto, un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce successivamente a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona. Cercherà conferme in altri che, come lui seppure in misure diverse, hanno subito la ferocia dell’uomo.

Il film riflette in modo diretto e tagliente su ciò che accade quando la giustizia istituzionale viene meno, e lascia spazio al sospetto, all’odio, alla tentazione di farsi giudici e carnefici. Ma al centro del racconto c’è sempre il dubbio, che non solo frena l’azione, ma la disarma. Anche quando tutti sembrano concordi sulla colpevolezza, resta la domanda: “E se ci sbagliassimo?” (…) Durante una conferenza stampa, Panahi ha parlato apertamente della propria detenzione nella famigerata prigione di Evin, raccontando condizioni di vita al limite dell’umano e interrogatori quotidiani. Ha spiegato come il film sia nato proprio da quella esperienza: «In un certo senso, non sono io ad aver fatto questo film. È la Repubblica Islamica che l’ha fatto, perché mi ha messo in carcere». (…) Un semplice incidente è un film che parla di vendetta, giustizia, memoria e trauma, ma lo fa evitando la retorica. È un’opera che pone domande più che offrire risposte, e che racconta un Paese dove i confini tra vittima e carnefice si confondono, dove la verità è sempre filtrata dalla paura e dal dolore. Panahi firma così uno dei film più potenti e necessari della sua carriera: un’opera compatta, etica, politica, ma anche umanissima. (Agnese Albertini, cinefilos.it)

C’è un paradosso meraviglioso nel cinema di Jafar Panahi: più sceglie la via della semplicità, più il suo sguardo diventa immenso. Il cineasta parte sempre da ciò che pare irrilevante, un gesto quotidiano, un fatto di cronaca, un piccolo errore, e lo trasforma in una domanda morale che non ammette scampo. Stavolta l’innesco è un banale incidente notturno da cui prende forma un dramma di proporzioni gigantesche. È in questa zona grigia, dove il bene e il male si sfiorano senza mai confondersi, che il cinema di Panahi ritrova la sua voce più potente. (…) Ogni sguardo pesa come una scelta, ogni silenzio diventa parola. I personaggi discutono, ricordano, esitano: punire o perdonare? reagire o comprendere? La violenza non è solo quella inflitta da un regime, ma quella che ciascuno scopre dentro di sé, nascosta sotto la pelle. (...) Nessuno come Panahi sa accendere la grandezza nelle piccole cose, far scaturire pensiero politico da un dialogo in un’auto, da una pausa tra due respiri. In un tempo in cui il mondo intero sembra ripiegare verso nuove forme di autoritarismo, Un semplice incidente diventa un film necessario: chiede cosa resta della nostra coscienza quando la paura diventa abitudine, quando la giustizia si piega al compromesso? (…) Girato quasi in clandestinità, con mezzi minimi ma un rigore assoluto, il film è insieme il più politico e il più intimo di Panahi. (Mario Vai, www.rtl.it